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	<title>Massimiliano Costa</title>
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	<description>Per confrontarsi, progettare e costruire insieme</description>
	<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 15:13:29 +0000</pubDate>
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		<title>100 anni di Settimane Sociali</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Oct 2007 13:56:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Approfondimenti</category>
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		<description><![CDATA[Lettera di Papa Benedetto XVI in occasione delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, svoltesi a Pisa e Pistoia dal 18 al 21 ottobre 2007.
Al Venerato Fratello
Mons. Angelo Bagnasco
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Cade quest’anno il centenario della prima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, svoltasi a Pistoia dal 23 al 28 settembre 1907, per iniziativa soprattutto del <a href="<?php the_permalink() ?>" rel="bookmark" title="Continua a leggere <?php the_title(); ?>">Leggi tutto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lettera di Papa Benedetto XVI in occasione delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, svoltesi a Pisa e Pistoia dal 18 al 21 ottobre 2007.</em></p>
<p>Al Venerato Fratello<br />
Mons. Angelo Bagnasco<br />
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana</p>
<p>Cade quest’anno il centenario della prima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, svoltasi a Pistoia dal 23 al 28 settembre 1907, per iniziativa soprattutto del Prof. Giuseppe Toniolo, luminosa figura di laico cattolico, di scienziato ed apostolo sociale, protagonista del Movimento cattolico sul finire del XIX secolo e agli albori del XX. In questa significativa ricorrenza giubilare, invio volentieri il mio cordiale saluto a Lei, venerato Fratello, a Mons. Arrigo Miglio, Vescovo di Ivrea e Presidente del Comitato Scientifico ed Organizzatore delle Settimane Sociali, ai collaboratori e a tutti i partecipanti alla 45ª “Settimana”, che si svolgerà a Pistoia e a Pisa da 18 al 21 ottobre corrente. Il tema scelto – “Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano” -, pur essendo stato già affrontato in alcune precedenti edizioni, mantiene intatta la sua attualità ed anzi è opportuno che sia approfondito e precisato proprio ora, per evitare un uso generico e talvolta improprio del termine “bene comune”.<a id="more-335"></a></p>
<p>Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, rifacendosi all’insegnamento del Concilio Ecumenico Vaticano II, specifica che “il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro” (Cost. Gaudium et spes, 164). Già il teologo Francisco Suarez individuava un bonum commune omnium nationum, inteso come “bene comune del genere umano”. In passato, e ancor più oggi in tempo di globalizzazione, il bene comune va pertanto considerato e promosso anche nel contesto delle relazioni internazionali ed appare chiaro che, proprio per il fondamento sociale dell’esistenza umana, il bene di ciascuna persona risulta naturalmente interconnesso con il bene dell’intera umanità.</p>
<p>L’amato Servo di Dio Giovanni Paolo II osservava, in proposito, nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis che “si tratta dell’interdipendenza, sentita come sistema determinante di relazioni nel mondo contemporaneo, nelle sue componenti economica, culturale, politica e religiosa, e assunta come categoria morale” (n. 38). Ed aggiungeva: “Quando l’interdipendenza viene così riconosciuta, la correlativa risposta, come atteggiamento morale e sociale, come ‘virtù’, è la solidarietà. Questa, dunque, non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti” (ibid.)</p>
<p>Nell’Enciclica Deus caritas est ho voluto ricordare che “la formazione di strutture giuste non è immediatamente compito della Chiesa, ma appartiene alla sfera della politica, cioè all’ambito della ragione autoresponsabile” (n. 29). Ed ho poi notato che “in questo, il compito della Chiesa è mediato, in quanto le spetta di contribuire alla purificazione della ragione e al risveglio delle forze morali, senza le quali non vengono costruite strutture giuste, né queste possono essere operative a lungo” (ibid.). Quale occasione migliore di questa per ribadire che operare per un giusto ordine nella società è immediatamente compito proprio dei fedeli laici? Come cittadini dello Stato tocca ad essi partecipare in prima persona alla vita pubblica e, nel rispetto delle legittime autonomie, cooperare a configurare rettamente la vita sociale, insieme con tutti gli altri cittadini secondo le competenze di ognuno e sotto la propria autonoma responsabilità.</p>
<p>Nel mio intervento al Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona, l’anno scorso, ebbi a ribadire che agire in ambito politico per costruire un ordine giusto nella società italiana non è compito immediato della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici. A questo loro compito della più grande importanza, essi debbono dedicarsi con generosità e coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo. Per questo sono state sapientemente istituite le Settimane Sociali dei Cattolici Italiani e questa provvida iniziativa potrà anche in futuro offrire un contributo decisivo per la formazione e l’animazione dei cittadini cristianamente ispirati.</p>
<p>La cronaca quotidiana mostra che la società del nostro tempo ha di fronte molteplici emergenze etiche e sociali in grado di minare la sua stabilità e di compromettere seriamente il suo futuro. Particolarmente attuale è la questione antropologica, che abbraccia il rispetto della vita umana e l’attenzione da prestare alle esigenze della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Come è stato più volte ribadito, non si tratta di valori e principi solo “cattolici”, ma di valori umani comuni da difendere e tutelare, come la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. Che dire, poi, dei problemi relativi al lavoro in rapporto alla famiglia e ai giovani? Quando la precarietà del lavoro non permette ai giovani di costruire una loro famiglia, lo sviluppo autentico e completo della società risulta seriamente compromesso. Riprendo qui l’invito che ebbi a rivolgere nel Convegno Ecclesiale di Verona ai cattolici italiani, perché sappiano cogliere con consapevolezza la grande opportunità che offrono queste sfide e reagiscano non con un rinunciatario ripiegamento su se stessi, ma, al contrario, con un rinnovato dinamismo, aprendosi con fiducia a nuovi rapporti e non trascurando nessuna delle energie capaci di contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia.</p>
<p>Non posso infine non accennare ad un ambito specifico, che anche in Italia stimola i cattolici ad interrogarsi: è l’ambito dei rapporti tra religione e politica. La novità sostanziale portata da Gesù è che Egli ha aperto il cammino verso un mondo più umano e più libero, nel pieno rispetto della distinzione e dell’autonomia che esiste tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22, 21). La Chiesa, dunque, se da una parte riconosce di non essere un agente politico, dall’altra non può esimersi dall’interessarsi del bene dell’intera comunità civile, in cui vive ed opera, e ad essa offre il suo peculiare contributo formando nelle classi politiche e imprenditoriali un genuino spirito di verità e di onestà, volto alla ricerca del bene comune e non del profitto personale.</p>
<p>Sono queste le tematiche quanto mai attuali a cui la prossima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani dedicherà la sua attenzione. Per coloro che vi prendono parte assicuro un particolare ricordo nella preghiera e, mentre auspico un fecondo e fruttuoso lavoro per il bene della Chiesa e dell’intero Popolo d’Italia, invio di cuore a tutti una speciale Benedizione Apostolica.</p>
<p><em>Dal Vaticano, 12 Ottobre 2007</em></p>
<p> 
</p>
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		<title>Politica: i cattolici da che parte stanno?</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2007 11:55:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Approfondimenti</category>
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		<description><![CDATA[La Gaudium et Spes ha chiarito che le realtà temporali - tra cui la politica - hanno un ordine proprio, leggi proprie e strumenti specifici, che non discendono direttamente dalla rivelazione circa il fine ultimo trascendente, al quale pure quelle realtà sono orientate. Dalla fede dunque non si può dedurre direttamente un modello di organizzazione <a href="<?php the_permalink() ?>" rel="bookmark" title="Continua a leggere <?php the_title(); ?>">Leggi tutto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Gaudium et Spes ha chiarito che le realtà temporali - tra cui la politica - hanno un ordine proprio, leggi proprie e strumenti specifici, che non discendono direttamente dalla rivelazione circa il fine ultimo trascendente, al quale pure quelle realtà sono orientate. Dalla fede dunque non si può dedurre direttamente un modello di organizzazione sociale, politica o economica. La politica è laica e laico è il bene comune a cui essa tende.<a id="more-237"></a><br />
Per passare dalla fede alla politica, è necessaria dunque una mediazione etica e antropologica, evitando un duplice scoglio: da un lato, l&#8217;integrismo di chi vorrebbe tradurre i valori cristiani immediatamente in politica e, dall&#8217;altro, la realpolitik di chi è disposto a ogni tipo di compromesso pur di ottenere alcuni vantaggi immediati.<br />
Dunque, per fare politica da cristiani, è necessario agire sempre in coerenza con i valori evangelici, ma nel rispetto della laicità delle scelte. Come fare?<br />
“Occorre - spiega il Card. Martini - distinguere, innanzitutto, tra principi etici e azione politica. I principi etici sono assoluti e immutabili. L&#8217;azione politica, che pure deve ispirarsi ai principi etici, non consiste di per sé nella realizzazione immediata dei principi etici assoluti, ma nella realizzazione del bene comune concretamente possibile in una determinata situazione. Nel quadro di un ordinamento democratico, poi, il bene comune viene ricercato e promosso mediante i mezzi del consenso e della convergenza politica. Nel fare ciò non è mai possibile ammettere un male morale. Può però accadere che, in concreto - quando non sia possibile ottenere di più, proprio in forza del principio della ricerca del miglior bene comune concretamente possibile -, si debba o sia opportuno accettare un bene minore o tollerare un male rispetto a un male maggiore” . In altre parole, l&#8217;azione politica comporta sempre una certa gradualità nella realizzazione del bene comune, secondo le possibilità concrete in cui ci si trova a operare. I cristiani, dunque, commetterebbero un gravissimo errore se abbandonassero la politica per il timore di compromettere la propria identità o se si chiudessero in uno splendido isolamento rifiutando ogni dialogo: “vale più la proposta di cammini positivi, pur se graduali, che non la chiusura su dei &#8220;no” che, alla lunga, rimangono sterili. [&#8230;] Non ogni lentezza nel procedere è necessariamente un cedimento. C&#8217;è pure il rischio che, pretendendo l&#8217;ottimo, si lasci regredire la situazione a livelli sempre meno umani” (La politica, via alla santità –1998 –in  Il Padre di tutti. E. D. B.)<br />
In pratica, saranno gli strumenti della lotta politica e della vita democratica a imporre ai cristiani in politica scelte di opportunità e di gradualità nel confronto con partiti e programmi politici in contrasto con l&#8217;etica cristiana. Non serve ritirarsi sull&#8217;Aventino. Lo sforzo da fare è un altro: “I principi della fede devono essere trasformati in valori per l&#8217;uomo e per la città, devono risultare vivibili e appetibili anche per gli altri, nel maggior consenso e concordia possibili” . Ecco perché “questo della mediazione antropologico-etica è forse uno dei lavori più importanti e urgenti dei cristiani impegnati in politica ed è uno dei contributi più fecondi che le comunità cristiane possono dare alla società civile oggi”. (C&#8217;è un tempo per tacere e un tempo per parlare, Centro Ambrosiano, Milano 1995).
</p>
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		<title>Famiglia: le cose fatte in due anni di legislatura</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2007 15:09:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Approfondimenti</category>
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		<description><![CDATA[1. Diritto all&#8217;istruzione e alla formazione
a. Borse di studio ex art. 12 L.R. 15/06: erogazione di borse di studio alle famiglie (suddivise in tre distinte graduatorie) per le spese di iscrizione e frequenza, libri di testo ed attività integrative sul principio dell’incidenza delle spese scolastiche sulla situazione reddituale familiare, aiutando prioritariamente le più deboli (i nuclei con <a href="<?php the_permalink() ?>" rel="bookmark" title="Continua a leggere <?php the_title(); ?>">Leggi tutto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img id="image206" height="95" alt="famili.gif" src="http://www.massimilianocosta.it/wp/wp-content/uploads/2007/04/famili.miniatura.gif" width="128" />1. Diritto all&#8217;istruzione e alla formazione</strong><br />
a. Borse di studio ex art. 12 L.R. 15/06: erogazione di borse di studio alle famiglie (suddivise in tre distinte graduatorie) per le spese di iscrizione e frequenza, libri di testo ed attività integrative sul principio dell’incidenza delle spese scolastiche sulla situazione reddituale familiare, aiutando prioritariamente le più deboli (i nuclei con reddito inferiore a 10.000 euro). Con abbattimento sul reddito ISEE di 2.500 euro per ogni minore a carico oltre il primo o per ogni portatore di handicap presente nel nucleo familiare<br />
b. Diritto allo studio universitario: residenzialità e borse di studio in base al reddito ISEE<br />
c. Contributi per merito scolastico per studenti di secondarie superiori statali e paritarie erogate sulla base del reddito, che viene aumentato nella soglia massima in base al numero di figli.<br />
d. Fondo emergenza gestito dalle istituzioni scolastiche per situazioni familiari difficili<br />
e. inserimento disabili nelle scuole: 6,5 milioni di euro per l’inserimento scolastico o formativo (1500 euro nei paesi dell’entroterra e 800 nelle città, per ogni disabile) utilizzati dai comuni per le necessità familiari (3.500 di euro) per corsi di formazione specializzati o misti per i ragazzi disabili.<br />
f. Progetti sperimentali contro la dispersione scolastica per ragazzi a rischio di emarginazione sociale: azioni a vantaggio delle famiglie più a rischio emarginazione gestiti con il concorse delle scuole, dei servizi sociali e del terzo settore.</p>
<p><strong>2. Prestiti d’onore:</strong> finanziamento “a tasso zero”, rimborsabile in 36 mesi senza oneri ulteriori per i beneficiari, che dovranno restituire, quindi, la cifra prestata senza interessi, non subendo ulteriori aggravi sul bilancio familiare. L’ammontare del finanziamento può variare da 3.000 a 10.000 euro a seconda dei casi e in funzione delle necessità dei richiedenti e delle loro capacità di rimborso. Al 19/03/07 sono pervenute in Regione 1052 domande. Il prestito d’onore, si basa su un fondo di rotazione gestito da Fi.l.s.e.<a id="more-208"></a></p>
<p><strong>3. Servizi per la prima infanzia e azioni a sostegno della genitorialità:<br />
</strong>a. Asili nido: (aziendali circa 20) sono oltre 150 e, in base agli ultimi dati disponibili, offrono circa 5.000 posti bambino (600 aziendali)<br />
b. Sul versante dei servizi integrativi, la Regione Liguria mette a disposizione delle famiglie più di 90 punti tra centri bambino, centri bambini e famiglie, servizi sperimentali e innovativi come l’educatrice famigliare e i centri ricreativi, ove i bambini possono giocare con i coetanei sotto la guida di animatori professionali. In totale, i posti per i servizi integrativi messi in campo dalla Regione Liguria, si implementano ogni anno e sono circa 2.000.<br />
c. Sezioni primavera o in continuità educativa, sono appena iniziate con circa 200 posti bambino in tutta la Liguria<br />
d. Approvazione del regolamento “Tipologie e requisiti delle strutture residenziali, semiresidenzilai e reti familiari per minori e specificazione per presidi di ospitalità collettiva”.</p>
<p><strong>4. Fondo regionale per la non autosufficienza</strong>: per il 2006 ammontava a 7.500.000 euro, che verranno portati a 10 milioni di euro nel 2007, e  assegnati ai distretti sociosanitari. Con il fondo si prevede una nuova misura che consiste nell&#8217;erogazione di 350 euro mensili agli aventi diritto (modulati sul valore ISEE), per garantire la cura e il sostegno a domicilio dei non autosufficienti da parte della famiglia, che vanno ad aggiungersi all&#8217;indennità di accompagnamento. Gli obiettivi da raggiungere entro il 2008 si riferiscono al potenziamento dell&#8217;offerta residenziale e semiresidenziale per gli anziani (+ 3% entro il 2008) cui si aggiungono servizi di assistenza miranti a garantire la permanenza a domicilio (+ 7% entro il 2008) di queste persone e il potenziamento dell&#8217;assistenza sanitaria, sociosanitaria e sociale.</p>
<p><strong>5. Case Famiglia e “Dopo di Noi”</strong>: sostegno alla istituzione di strutture a servizio della famiglia, di sollievo o di sostegno per disabili e non autosufficienti.</p>
<p><strong>6. Contributi alle famiglie sul fondo sociale per l’affitto</strong> modulato sull’ISEE con correzione in base al numero dei figli e di presenza di disabili.</p>
<p><strong>7. Contributi per la prima casa</strong> per agevolare le giovani coppie a rimanere in liguria, è allo studio all’interno della programmazione complessiva di edilizia straordinario per aumentare l’offerta di appartamenti in locazione (Social Housing).</p>
<p><strong>8. Borse lavoro per disabili</strong>: iniziative a fondo perduto anche d’intesa con le Asl per percorsi formativi e laboratori tesi all’inserimento lavorativo dei disabili.</p>
<p><strong>9. Consultori</strong>: aiuto ai centri consultoriali (centri aiuto alla vita) del no-profit (250.000 euro), e azioni per la prevenzione della violenza in famiglia rivolta a donne e bambini.</p>
<p><strong>10. Sostegno agli affidi:</strong> supporto alle associazioni familiari con corsi, campagne di sensibilizzazione ecc., case famiglia, e servizi residenziali familiari.</p>
<p><strong>11. Sostegno alle adozioni</strong>: formazione e sostegno con azioni congiunte con il ministero per la promozione delle adozioni, coordinamento per quelle internazionali, stage all’estro per operatori, collegamento con l’agenzia del piemonte.</p>
<p><strong>12. Campeggi socioeducativi didattici:</strong> rifinanziamento della legge con oltre cinquanta mila giornate con il contributo regionale nell’ultimo anno.</p>
<p><strong>13. Conciliazione dei tempi di lavoro:</strong> esperienze ed confronto interregionale sulle politiche familiari di conciliazione dei tempi della famiglia con il lavoro femminile.</p>
<p><strong>14. agevolazioni per la creazione di impresa di giovani e donne</strong> e abbattimento dei tassi sui mutui per imprese di giovani e donne.</p>
<p><strong>15. Istituzione della figura dell’assistente familiare</strong>, formazione e profilo professionale per qualificare, a vantaggio della famiglia, le azioni di chi opera in stretto contatto con le realtà familiari.<br />
<strong>La famiglia è anche soggetto attivo nella rete dei servizi<br />
</strong>a. Istituzione della consulta regionale per la famiglia ai sensi della L.R. 12/06, art. 20<br />
b. Piano integrato prevedrà il piano regionale per la famiglia realizzando una cabina di regia tra diversi assessorati per mettere in campo azioni coordinate e dirette che vedono la famiglia quale destinataria di servizi.
</p>
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		<title>Scuola e F. P.: il punto sul decentramento</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2007 15:46:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Approfondimenti</category>
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		<description><![CDATA[Decentramento in materia di istruzione e professionale, poli formativi, autonomia scolastica. Di questo ha parlato Massimiliano Costa a docenti e dirigenti scolastici nel corso del seminario “A scuola di autonomia” organizzato dal CIDI di Genova il 27 marzo.
Chiamato a fare il punto sull’applicazione della riforma del titolo V della Costituzione, in materia di istruzione e <a href="<?php the_permalink() ?>" rel="bookmark" title="Continua a leggere <?php the_title(); ?>">Leggi tutto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Decentramento in materia di istruzione e professionale, poli formativi, autonomia scolastica. Di questo ha parlato Massimiliano Costa a docenti e dirigenti scolastici nel corso del seminario “A scuola di autonomia” organizzato dal CIDI di Genova il 27 marzo.<br />
Chiamato a fare il punto sull’applicazione della riforma del titolo V della Costituzione, in materia di istruzione e formazione professionale, Costa ha dichiarato che tale riforma sarà applicata dal 1° settembre 2009.<a id="more-218"></a><br />
Se su molti aspetti le Regioni hanno già, per legge, la titolarità a decidere (elenco nazionale delle sedi formative che assolvono all’obbligo formativo, istruzione tecnica superiore e relative qualifiche professionali, possibilità di istituire poli formativi che superano la concezione degli IFTS), su altri aspetti si sta ancora lavorando. “Mi riferisco – ha detto Costa – al repertorio nazionale delle professioni, che deve essere concordato da tutte le Regioni in modo che le qualifiche siano riconosciute su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalla regione in cui è stato acquisito; alla formalizzazione di un percorso integrato che incroci la scuola e la formazione professionale con l’obiettivo di ridurre la dispersione scolastica”.<br />
Da definire in sede di Conferenza Stato-Regioni, infine, vi è l’organizzazione scolastica e cioè: “tutto quello riguarda gli Uffici scolastici regionali, la governance delle istituzioni scolastiche, la definizione dell’organico a livello regionale, i controlli sui livelli di spesa”.</p>
<p> 
</p>
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		<title>Strutture residenziali per minori e anziani: riformare nel segno della qualità</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2007 15:44:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Approfondimenti</category>
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		<description><![CDATA[“Il nostro meccanismo di accreditamento e convenzione con le strutture residenziali per anziani e minori deve vedere un processo di riforma e correzione”. E’ quanto ha dichiarato Massimiliano Costa intervenendo al seminario “Strutture residenziali per anziani e minori a Genova: valutazione di qualità”, organizzato da Comune di Genova e Asl 3 lo scorso 27 marzo <a href="<?php the_permalink() ?>" rel="bookmark" title="Continua a leggere <?php the_title(); ?>">Leggi tutto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Il nostro meccanismo di accreditamento e convenzione con le strutture residenziali per anziani e minori deve vedere un processo di riforma e correzione”. E’ quanto ha dichiarato Massimiliano Costa intervenendo al seminario “Strutture residenziali per anziani e minori a Genova: valutazione di qualità”, organizzato da Comune di Genova e Asl 3 lo scorso 27 marzo a Genova.<a id="more-217"></a><br />
Introducendo i lavori, il vicepresidente della Regione Liguria ha indicato tre linee d’azione per riformare la legge regionale 20/99 che regola l’accreditamento delle strutture sociosanitarie: “Occorre snellire il percorso di accreditamento e convenzione tra Asl e Comuni sulla base della distinzione tra strutture a bassa soglia, e strutture ad alta intensità sanitaria”. Inoltre, “è necessario definire il livello essenziale di assistenza: fatto salvo questo – ha spiegato Costa -, si può creare una gradualità di servizi stabiliti su parametri precisi”; infine “si dovrà lavorare per una sempre maggiore territorializzazione dei servizi, ovvero creare le condizioni perché i distretti siano autonomi nell’offrire i servizi ai suoi abitanti sulla base delle necessità, salvaguardando comunque i livelli minimi essenziali”.
</p>
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		<title>Laicità e impegno politico: una riflessione</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2007 13:19:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Approfondimenti</category>
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		<description><![CDATA[Nell’ambito del dibattito sulla laicità dello Stato, propongo una lettura interessante per approfondire, in particolare, il tema delle unioni di fatto: si tratta del documento firmato lo scorso 8 febbraio da 60 parlamentari cattolico-democratici.
La scelta di sostenere in parlamento una legge che preveda il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà delle persone che fanno <a href="<?php the_permalink() ?>" rel="bookmark" title="Continua a leggere <?php the_title(); ?>">Leggi tutto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’ambito del dibattito sulla laicità dello Stato, propongo una lettura interessante per approfondire, in particolare, il tema delle unioni di fatto: si tratta del documento firmato lo scorso 8 febbraio da 60 parlamentari cattolico-democratici.<a id="more-197"></a><br />
La scelta di sostenere in parlamento una legge che preveda il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà delle persone che fanno parte delle unioni di fatto, risponde al necessario rispetto di un impegno assunto da ognuno di noi con gli elettori, e sancito nel programma dell’Unione in una equilibrata sintesi tra posizioni e sensibilità culturali diverse.<br />
Si tratta di un impegno che abbiamo sottoscritto con consapevolezza e responsabilità, convinti che la tutela giuridica di diritti e doveri delle persone conviventi, anche fuori dal matrimonio, corrisponda al dovere della politica di non ignorare ciò che emerge dalla realtà sociale e che chiede di essere regolato proprio in funzione del bene comune che ci sta a cuore.<br />
Normare diritti e doveri delle persone conviventi non significa in nessun modo mettere in discussione o intaccare la preminente posizione e tutela che la Costituzione riconosce alla famiglia fondata sul matrimonio. Significa, al contrario, a nostro avviso, contribuire ad arginare l’instabilità e la precarietà sociale che sono connaturati alla provvisorietà di situazioni che oggi sfuggono ad ogni sorta di regolamentazione e che penalizzano le posizioni più deboli. E, in taluni casi, sfuggono per una precisa scelta culturale, fatta di deresponsabilizzazione, di individualismo, di edonismo, di effimera ricerca di una egoistica affermazione di sé, senza vincoli di alcun genere verso l’altro.<br />
Questa cultura è diffusa. E con questa realtà bisogna fare i conti anche dal punto di vista del legislatore.<br />
Per questo, da cattolici democratici, da cristiani laici impegnati in politica, assumiamo per intero la fatica di una mediazione che sappia produrre un punto di incontro tra sensibilità diverse, e che, raccogliendo il sentire diffuso, gli interrogativi e le domande che attraversano anche la comunità ecclesiale di cui ci sentiamo parte, eviti lacerazioni e contrapposizioni ideologiche.<br />
Difendiamo la libertà della Chiesa e la sua missione che in questo campo consiste nell’educare le coscienze e illuminarle, presentando ai giovani le ragioni che rendono ineguagliabilmente bella la scelta di un sacramento che esalta il dono di sé nella fedeltà e nell’amore responsabile tra un uomo e una donna.<br />
Chiediamo, proprio nel rispetto di quella missione, che non si metta in dubbio la laicità delle istituzioni, e la nostra responsabilità di legislatori cui tocca il compito di legiferare per tutti.
</p>
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		<title>Innovazione e impresa: al centro sempre l&#8217;uomo</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2007 11:20:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Innovazione e impresa, binomio usato sempre più frequentemente nel linguaggio comune, sono stati i temi al centro di un incontro organizzato dalla Fondazione per la Sussidiarietà - Compagnia delle Opere lo scorso 15 marzo nell’Aula Magna dell’Università di Genova. Nel suo intervento Massimiliano Costa ha portato al centro dell’attenzione il valore della persona umana: “solo <a href="<?php the_permalink() ?>" rel="bookmark" title="Continua a leggere <?php the_title(); ?>">Leggi tutto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="image211" height="90" alt="innovazione-impresa2.jpg" src="http://www.massimilianocosta.it/wp/wp-content/uploads/2007/04/innovazione-impresa2.jpg" width="91" />Innovazione e impresa, binomio usato sempre più frequentemente nel linguaggio comune, sono stati i temi al centro di un incontro organizzato dalla Fondazione per la Sussidiarietà - Compagnia delle Opere lo scorso 15 marzo nell’Aula Magna dell’Università di Genova. Nel suo intervento Massimiliano Costa ha portato al centro dell’attenzione il valore della persona umana: “solo puntando sul ‘capitale umano’ – ha detto - si può realizzare un’impresa innovativa. Ecco allora che l’educazione e la formazione diventano fattori determinanti per fare innovazione: questa, infatti, nasce da un uomo educato, capace di guardare la realtà e l’altro uomo in maniera positiva, con simpatia”.<a id="more-191"></a><br />
E sul rapporto tra innovazione e tecnologia, Costa ha spiegato che “ricondurre l’innovazione al solo sviluppo della tecnologia, sarebbe riduttivo, in quanto la tecnologia stessa nasce sempre dalla tensione umana che spinge l’uomo, incessantemente, ad andare verso l’oltre”. In questo senso Massimiliano Costa ha ribadito l’importanza di valorizzare l’educazione stimolando la creatività umana e infondendo fiducia alla persona.<br />
Innovazione, impresa e trasferimento tecnologico sono anche i temi fondanti della nuova legge regionale sulla ricerca che ha come asse portante il concetto di rete tra istituzioni, Università, centri di ricerca pubblici e privati e mondo dell’impresa: “solo mettendo in stretto contatto queste realtà – ha spiegato Costa – si può realizzare quel trasferimento di tecnologia dalla grande alla piccola e media impresa che può favorire uno sviluppo armonico del tessuto produttivo ligure”. Il tutto sotto la regia regionale che, anche mediante l’istituzione del Centro Regionale per la ricerca e l’innovazione, facilita questo circuito virtuoso.</p>
<p><em>Giovedì 15 marzo, Aula Magna Università di Genova, incontro-presentazione del libro di Raffaello Vignali &#8221;Eppur si muove: innovazione e piccola impresa&#8221;. </em>
</p>
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		<title>Collaborazione pubblico-privato a favore dell&#8217;impresa sociale</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Feb 2007 15:07:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Approfondimenti</category>
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		<description><![CDATA[Discorso pronunciato alla sede ONU di New York in occasione della 45a Sessione della Commissione per lo Sviluppo Sociale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gentili signore e signori,<br />
ringrazio per l’occasione che mi è data per illustrare ciò che la regione Liguria ha fatto a sostegno delle cooperative sociali del consorzio Tassano.<br />
Questo è un esempio, forse il migliore, di collaborazione tra istituzioni pubbliche e realtà no-profit presente nella nostra regione.<a id="more-179"></a><br />
Sono molte le cooperative sociali che hanno a cuore l’inserimento lavorativo di persone disabili, ma in questo caso la particolarità è data dal numero molto elevato dei soggetti coinvolti, diverse centinaia, e dal fatto che tutti sono a rischio di esclusione sociale ed emarginazione.<br />
Senza un lavoro di sostegno, di accompagnamento e di continua assistenza non si riesce ad insegnare loro alcuna attività pratica. Le cooperative sociali del Consorzio riescono ad unire l’attività di assistenza sociale con quella di inserimento lavorativo, grazie proprio a percorsi adatti ad ogni singola persona e grazie al fatto che si riesce a rispondere con attività produttive localizzate nello stesso posto. Il fatto che il “laboratorio” sia unico è importante per l’impostazione socio-sanitaria di questi inserimenti lavorativi: l’azione di assistenza è programmata per ognuno ma chiaramente ha una metodologia ed un raccordo comune. Stare nello stesso posto aiuta anche a fare delle economie di scala importanti per le aziende.<br />
Qualche tempo fa il Consorzio si è trovato a dover lasciare gli spazi, molto estesi, nel quale si trovava a lavorare. In quel momento la Regione Liguria è intervenuta in aiuto: abbiamo costituito una fondazione con la presenza di diversi Comuni, della Diocesi, della Provincia di Genova e della Regione con l’obiettivo di salvare l’esperienza e possibilmente allargarla.<br />
Con finanziamenti pubblici e privati, insieme, si è costruita una nuova struttura per localizzare le attività produttive e gli inserimenti lavorativi delle persone in difficoltà, si sono creati spazi per l’attività di ulteriori cooperative per allargare il sostegno ai disabili fisici e psichici.<br />
Questo percorso ha visto l’inaugurazione dei nuovi spazi dopo nemmeno due anni di lavoro ed è proprio con l’apporto di tutti che si è riusciti a risolvere anche grandi difficoltà di tipo economico.</p>
<p>L’obiettivo raggiunto ha un significato anche più grande del risultato occupazionale: abbiamo coinvolto in un unico progetto realtà molto diverse che da sole non sarebbero mai riuscite a raggiungere alcun risultato.<br />
Abbiamo vissuto una esperienza di vera sussidiarietà ove l’istituzione pubblica ha riconosciuto e sostenuto una azione svolta dal settore del no-profit, una azione che va a vantaggio di tutta la comunità.<br />
Questa è anche una delle vie di politiche sociali perseguite dalla Regione Liguria. La nostra istituzione vuole promuovere la libera azione dei cittadini, soprattutto nel campo dell’assistenza e del sostegno alle fasce più deboli della popolazione, e per questo sostiene e rafforza ciò che le associazioni, le cooperative, il no-profit in genere fanno.<br />
Le politiche sociali della regione sono indirizzate ad integrare le azioni sanitarie con quelle più tipicamente sociali. Si cerca di soddisfare le necessità di chi ha bisogno in modo unitario. Le attenzioni sono rivolte soprattutto alle persone anziane (in Liguria oltre il 27% della popolazione ha più di 65 anni), alle persone disabili, ai malati psichiatrici e a coloro che sono tossicodipendenti (soprattutto tra i giovani). Per realizzare al meglio i servizi alle persone si certa di decentrare le risposte sul territorio, coinvolgendo nella programmazione e nelle azioni sia i dipartimenti sanitari che i comuni, con il supporto indispensabile del terzo settore e del no-profit.<br />
L’azione della regione è orientata alla solidarietà e alla sussidiarietà: la regione interviene in aiuto dei territori e dei comuni più deboli, con meno risorse e meno servizi, per offrire a tutti i cittadini uguali diritti ed uguali livelli di assistenza.<br />
La regione opera in questo modo, applicando il principio di sussidiarietà, rafforzando e sostenendo  le azione svolte da soggetti privati, preferibilmente del no-profit, quando queste sono davvero a vantaggio di tutta la comunità, quando cioè esiste un interesse collettivo, pubblico, anche se le istituzioni non sono le vere protagoniste.<br />
Il vantaggio di operare in questo modo è molto alto.<br />
Sul piano sociale riusciamo a sostenere chi ha più bisogno: attraverso l’inserimento lavorativo si evitano facili conseguenze di emarginazione o grosso carico di lavoro e fatica per le famiglie.<br />
Sul piano culturale si abituano le istituzioni a collaborare insieme con il privato no-profit e si rendono responsabili i cittadini di realtà umanamente molto difficili e spesso escluse.<br />
Sul piano economico si investono risorse pubbliche e private in azioni gratificanti per le persone e si agisce in modo preventivo, senza cioè dover ricorrere a risolvere i problemi a posteriori. Cosa che comporta un grande risparmio per tutti e maggior soddisfazione per ognuno.</p>
<p>In conclusione l’esperienza del Consorzio delle Cooperative sociali ha aperto una strada, sul piano tecnico ma anche su quello culturale: questa è una via importante ed utile per la comunità ligure, per lo sviluppo dei servizi sociali, per l’attenzione ad ogni singola persona. L’obiettivo finale di ogni azione politica rimane sempre il miglioramento della realtà in cui viviamo attraverso l’attenzione alla persona umana, attenzione che và rivolta ad ogni singolo, soprattutto se questi è più debole ed emarginato.<br />
Grazie dell’ascolto, buon lavoro.<br />
<em>New York, Sede ONU, giovedì 15 febbraio 2007, 45a Sessione della Commissione per lo Sviluppo Sociale delle Nazioni Unite.</em>
</p>
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		<title>Istruzione e formazione, sistema unitario e flessibile per l&#8217;educazione dei giovani</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jan 2007 16:58:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano Costa</dc:creator>
		
	<category>Approfondimenti</category>
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		<description><![CDATA[ Intervento di Massimiliano Costa al Convegno CEI: "La formazione professionale iniziale e il diritto-dovere all'istruzione e alla formazione".
Roma, 16 dicembre 2005 ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> I temi di oggi, inerenti l’istruzione e la formazione professionale, l’assolvimento dell’obbligo scolastico e formativo, gli adempimenti giuridici relativi al Titolo Quinto della Costituzione e l’applicazione con necessarie modifiche della legge 53 devono, a mio avviso, trovare una collocazione nel dibattito e nelle azioni nazionali e nello stesso tempo anche in quelle regionali, soprattutto per quanto concerne il tema delle risorse e conseguentemente delle eventuali imposte regionali.<br />
Cerco di spiegarmi meglio. Non voglio enfatizzare la legge 53, non è bene e non è male, nemmeno i relativi decreti applicativi vanno enfatizzati; constato solamente che siamo ancora un passo indietro, dobbiamo ancora applicare il Titolo Quinto della riforma della Costituzione: il sistema di istruzione e formazione professionale, che è competenza esclusiva delle Regioni, oggi non ha le gambe per poter camminare.<a id="more-123"></a><br />
Come ha detto anche il mio collega Barbieri, in nessuna Regione sostanzialmente vi sono le risorse per poter costruire il sistema regionale di istruzione e formazione.<br />
La dialettica tra Stato e Regioni per l&#8217;applicazione del Titolo Quinto, se non c&#8217;è chiarezza sulla disponibilità delle risorse, rischia di diventare accademia o ideologia, intraprendendo una discussione ad oltranza. Chi rischia poi di essere penalizzato da questo dibattito sono i ragazzi, che sono i diretti interessati, e in parte anche il sistema della formazione professionale, che fino ad oggi è stato appannaggio sostanzialmente delle responsabilità regionali e sostenuto con le risorse del Fondo Sociale Europeo. Questo è un dato di fatto.<br />
Per le Regioni fuori dall’obbiettivo 1 come la Liguria, le prospettive della futura pianificazione europea ci preoccupano moltissimo: gli attuali obiettivo 2 ed obiettivo 3, saranno accorpati in un obiettivo, con un taglio complessivo di risorse di circa il 33% e quindi avremo grosse difficoltà a sostenere tutta la programmazione della filiera formativa tradizionale e sarà di fatto impossibile proseguire le sperimentazioni, senza un evidente e cospicuo finanziamento statale che integri e implementi le risorse europee.<br />
Appare evidente che lo Stato dovrebbe decentrare le risorse per la formazione in quota capitaria, ovvero assegnare per le funzioni scolastiche e formative risorse in quantità proporzionale a chi è in età scolare: tutti i ragazzi sono figli di questo stato oltre che figli di Dio, e quindi dobbiamo rispondere alle esigenze del sistema scolastico e di quello formativo “in eguale misura”.<br />
Il sistema scolastico attualmente pesa sulla fiscalità generale dello Stato, quello formativo sui fondi regionali ed europei: si deve arrivare ad un unico riparto più equo per poter poi portare avanti le diverse opzioni di sistema scolastico e formativo o per poter integrare i sistemi di istruzione e formazione in generale.<br />
Questa è la premessa essenziale per dare gambe alle riforme indotte dalla modifica costituzionale del Titolo Quinto.<br />
Ad oggi, sul Titolo Quinto, le Regioni hanno aperto un tavolo di trattativa con il Governo, ma essendo ormai alla chiusura della legislatura (tra un mese il Parlamento sarà sciolto) ho la sensazione che non approderà a nulla.<br />
La responsabilità dell&#8217;applicazione del nuovo Titolo Quinto mi induce ad una riflessione che ritengo importante per gli assetti futuri sui sistemi di competenza regionali. C’è chi ritiene che i sistemi scolastici e formativi debbano rimanere separati. Io vorrei invece tenere distinti i percorsi ma costruire un sistema unitario. Mi spiego meglio. Tutti ragazzi sono uguali di fronte al diritto a percorrere un sentiero educativo, ma nello stesso tempo ognuno realizza la propria persona in modo differente. Pertanto non può esistere un modello unico di apprendimento, né una offerta scolastica o formativa unica.<br />
Partendo da questo assunto, che qualcuno potrà forse considerare ideologico, ritengo che il modello educativo di istruzione e di formazione non dovrà essere unico, ma le istituzioni dovrebbero farsi carico della unitarietà dei diversi percorsi con due forti accorgimenti: si dovrebbe garantire ad ognuno la possibilità di praticare davvero le così dette “passerelle”, cioè la possibilità di transitare da un percorso all&#8217;altro del sistema, e perseguire azioni affinché i percorsi differenti abbiano tutti la stessa forza, la stessa dignità, la stessa possibilità di dare e di offrire ai ragazzi quelle occasioni per realizzare la loro personalità.<br />
Allora, il sistema di istruzione e formazione regionale, quello che stiamo cercando di costruire come modello ligure, non sarà in concorrenza con il modello scolastico statale ma rappresenterà una occasione appetibile ed una offerta di qualità formativa per tutti i ragazzi.<br />
Vogliamo pensare a punti di “eccellenza formativa” capaci di dare prospettiva futura, alta formazione para universitaria o post-universitaria, vogliamo pertanto costruire un modello che permetta non solo di passare da un percorso all&#8217;altro nei segmenti formativi inferiori, ma anche che sappia dare obbiettivi alti e duraturi nel tempo, un modello che non venga considerato gamba di serie B, ma che sia in grado di offrire un lungo respiro nel campo formativo.<br />
C’è la necessità di sgombrare il terreno da facili polemiche confondendo la ricerca per il superamento di problemi che sono anche di facile soluzione, con scelte che hanno ricaduta su tutto il sistema: mi riferisco al volere o meno elevare il livello culturale delle giovani generazioni attraverso l’innalzamento dell&#8217;obbligo scolastico.<br />
Non c’è problema nella scelta di alzare l&#8217;obbligo formativo e l’obbligo scolastico a 16 anni subito e poi magari anche a 17 o 18. La vera questione aperta è invece come assolvere a questo obbligo, che oggi è rimasto a 14 anni perché il concetto di diritto-dovere è una finzione giuridica, concretamente l&#8217;obbligo scolastico è sempre quello imposto dalla Costituzione.<br />
Io penso che innalzando l’età dell&#8217;obbligo scolastico a 16 anni, dovremmo permetterne l&#8217;assolvimento con una pluralità di percorsi e di diversi soggetti che garantiscano questi percorsi, rappresentati non solo dalla scuola tradizionale, statale o paritaria che sia, ma anche da modelli di istruzione e formazione professionale diversi, come stiamo sperimentando in questi anni. Ed il motivo è semplicissimo: non aumentare ma diminuire la dispersione scolastica. Non è l’innalzamento dell’obbligo scolastico che potrà portare i ragazzi che già oggi rifiutano percorsi tradizionali ad arrivare a titoli di studio o professionali, anche di primo livello. Il rischio che si corre invece è di tenere i ragazzi e di perderli con il compimento del sedicesimo anno; un assolvimento dell’obbligo in percorsi anche professionali potrà restituire ai ragazzi la libertà di scegliere un cammino educativo più coinvolgente perché meno standardizzato e quindi più aderente alle loro personalità, con prevedibili maggiori successi formativi.<br />
L’innalzamento dell’obbligo sarà fatto importante ma per costruire un sistema aderente alle scelte del Titolo V dobbiamo fare ancora alcune riflessioni. Gli Istituti professionali di Stato non so se passeranno alle Regioni: nella prospettiva della riforma Moratti, avendo istituito il liceo tecnologico con otto diversi percorsi, il secondo pilastro, quello tecnico professionale di competenza regionale di fatto è stato ridotto a niente e quindi ha invalidato del tutto l’ipotesi di un doppio percorso di pari forza e dignità. In questa prospettiva il passaggio delle responsabilità nazionali alle Regioni non ci potrà mai essere. Il sistema di istruzione professionale non potrà assorbire l’attuale formazione professionale regionale, così come non potrà nemmeno sovrapporsi e adeguarsi alle metodiche della F.P. che si vivono nelle Regioni. Se ci dovesse essere un vero passaggio degli istituti professionali statali alle regioni dovremmo costruire un sistema “altro”, diverso da entrambi, un sistema fatto da una sintesi in avanti delle attuali proposte con la presenza di pluralità di percorsi.<br />
Non si può pensare di risolvere il tema dell&#8217;unitarietà del sistema educativo passando solo queste responsabilità alle Regioni, si deve intervenire con quattro condizioni: la prima è quella delle risorse finanziarie nel senso da me già descritto, la seconda è quella di affidare tutta l’organizzazione del sistema scuola alle Regioni, compreso il personale, (mantenendo caratteristiche nazionali come il contratto, la mobilità, l’accesso ecc..), la terza è quella di costruire delle vere passerelle per poter percorrere il sistema da una parte all&#8217;altra, e la quarta sarà la creazione di titoli professionali e qualifiche riconoscibili e spendibili in tutta Italia e anche in Europa. Solo così daremo unitarietà al sistema e questi sono presupposti indispensabili per applicare il Titolo Quinto, per modernizzare tutto il sistema formativo, per evitare la presenza di un percorso di serie B.<br />
Il sistema che stiamo cercando di costruire in Liguria è fondato sulla scelta di predisporre una pluralità di offerte formative per dare la possibilità ai ragazzi di concludere il percorso educativo scelto con un titolo di studio riconosciuto o con una qualifica professionale spendibile. Vogliamo abbattere la dispersione scolastica e ridurre fortemente il fenomeno dei drop out. Oggi nella mia regione ci sono alcune realtà territoriali ove il 97% dei ragazzi passano dalla terza media alla scuola superiore. Ma tra il primo e il secondo anno ben il 37% di questi abbandona. Allora la dispersione scolastica deve essere prevenuta, non recuperata in seguito, perché quasi mai ci si riesce. Per questo c’è bisogno di una offerta formativa a segmenti diversificati.<br />
Mi va bene il percorso triennale della formazione professionale, mi va bene la metodologia che stiamo impiegando nell&#8217;istruzione, cioè una metodologia che parte dall&#8217;esperienza. Mi va bene l&#8217;integrazione. Mi vanno bene i bienni integrati che sta sperimentando l&#8217;Emilia Romagna seguiti da uno o due anni di specializzazione e formazione professionale altrove. Insomma mi vanno bene modelli diversi, basta che l&#8217;obiettivo sia quello che la qualità dell’innalzamento formativo risponda al diritto di tutti di essere formati pur nella diversità dei modelli di formazione.<br />
Stiamo cercando di realizzare questo attraverso l’istituzione di “Poli Formativi”, che non sono la stessa cosa dei campus, sono filiere formative omogenee che raggruppano su tutto il territorio ligure le istituzioni scolastiche e formative inserite in uno stesso progetto. Noi abbiamo già iniziato con il polo formativo delle “professioni del mare” definendo 28 qualifiche professionali di livello formativo diverso. Ora stiamo procedendo anche con il polo “ICT” (Information Communication Technology) ed il polo delle “professioni Turistiche Alberghiere”.<br />
Su queste filiere formative cerchiamo di coordinare in uno stesso progetto, utilizzando il paradigma degli IFTS, il mondo delle imprese, l’università, gli istituti scolastici superiori e la formazione professionale. Pertanto cerchiamo di creare modelli di percorsi diversi che possano offrire sbocchi occupazionali di qualità attraverso il riconoscimento differenziato del percorso formativo che, comunque, deve concludersi con il rilascio di una qualifica professionale, tecnica o di formazione superiore; dopo tre, quattro o cinque anni con gli IFTS, con corsi para universitari, con master e quant&#8217;altro i ragazzi possono progressivamente implementare il loro percorso formativo. Con questo paradigma, in queste filiere, attraverso cioè questi poli, un ragazzo può trovare la sua collocazione e la sua dimensione, non in modo definitivo a 14 anni, ma strada facendo, in quanto si trova all’interno di un contesto ampio che ha una pluralità di uscite differenti, dove potrà acquisire professionalità maggiori man mano che va avanti. Credo che questa sia una grande opportunità per i ragazzi.<br />
Ma per fare questo ci vogliono le risorse, perciò la dialettica col Ministero deve essere abbastanza chiara su questo punto, altrimenti non possiamo realizzare nulla!<br />
Rimanendo sempre sull&#8217;applicazione del Titolo Quinto della Costituzione dobbiamo rafforzare l’autonomia delle istituzioni scolastiche, che hanno avuto un riconoscimento ed una dignità costituzionale e quindi, nella prospettiva di un sistema integrato, dovremmo anche lavorare sugli enti di formazione professionale, cioè attivare un percorso per arrivare a definire le istituzioni formative.<br />
Dobbiamo necessariamente fare un salto di qualità sull’accreditamento. Ho portato in Giunta un provvedimento che assume come criterio base la qualità dell’offerta formativa; la conseguenza di ciò sarà certamente l’espulsione dal sistema di alcuni enti che oggi sono accreditati sui parametri attuali fondati su numeri organizzativi e strutturali, ma senza alcuna capacità formativa e didattica perché costituiti soprattutto da consulenti che vanno e vengono a seconda dei progetti vinti. Ci vorrà più stabilità e continuità educativa, quindi più qualità.<br />
In Liguria, una regione molto piccola, cinque anni fa c&#8217;erano 37 enti di formazione professionale accreditati, oggi ci sono 129 sedi formative. Di questi enti, i tre quarti sono costituiti sostanzialmente solo da consulenti. Sono enti senza un know-how, senza un progetto educativo, senza una vera capacità di interlocuzione col mondo produttivo……sono enti finti. Vogliamo invece impostare un discorso di accreditamento delle istituzioni formative orientato alla prima formazione, per l&#8217;assolvimento del diritto-dovere, che sia fondato sulla qualità, sulla capacità, sul know-how e sul progetto educativo. Questo lo faremo nei prossimi mesi come condizione necessaria per entrare nei percorsi dei Poli formativi: sarà un elemento importane nella costruzione del sistema educativo regionale di istruzione e formazione.<br />
Altra cosa invece sarà l’accreditamento per la formazione continua, per i lavoratori, per coloro che sono in attività, nell’impresa, o per coloro che sono disoccupati o devono essere ricollocati. E’ evidente la diversità di operare in formazione con i quindicenni, o con i quarantenni espulsi dal mercato. Sono tipologie di accreditamento che vanno differenziate. E su questo vogliamo rafforzare il sistema di monitoraggio e di verifica, vogliamo realizzare un modello unitario per la valutazione. Per questo ho cercato di coinvolgere anche l’Invalsi per avere delle procedure, dei modelli omogenei con la valutazione del sistema scolastico.<br />
Per preparare l’integrazione tra il sistema dell’istruzione e quello della formazione professionale, per rafforzare la base comune delle istituzioni scolastiche e formative che entreranno nei progetti dei poli formativi, abbiamo impostato due corsi di formazione per insegnanti, 100 operatori della formazione professionale e 100 docenti dell&#8217;istruzione professionale, corsi di aggiornamento e di formazione per approfondire insieme i modelli comuni di cui fino ad oggi non si è mai parlato, per provare a crescere insieme e far camminare tutto il sistema formativo, verso l’obiettivo di unitarietà del sistema con una pluralità di offerte e di percorsi.<br />
La sfida dei prossimi anni sarà quella di essere veramente molto concreti: modernizzare il nostro sistema di formazione, in senso lato, alzandone la qualità per facilitare gli inserimenti lavorativi e innalzare anche la qualità del lavoro, per raggiungere gli obiettivi che ci ha dato la strategia di Lisbona, tenendo ben presente l&#8217;obiettivo più importante che è quello della coesione sociale come elemento e riferimento ultimo.<br />
I modelli statici non possono che rallentare questi percorsi. Io credo nella dinamicità del modello regionale, ma ci vuole anche una forte unitarietà nazionale; la definizione del repertorio delle professioni, anche per qualifiche che andremo a dare, ci aiuterà a definire dei livelli in uscita con competenze da acquisire che devono avere elementi qualificanti comuni su tutto il territorio nazionale. Se diciamo che un cuoco deve aver raggiunto determinate capacità in uscita dal sistema formativo di una determinata regione, queste devono essere almeno il 70% uguali in tutta Italia, poi magari sarà specializzato di più su un aspetto richiesto dal territorio e così via.<br />
Unitarietà nazionale di sistema non pregiudica elasticità regionale nella sua applicazione: ci vuole molta adattabilità per rispondere alle diverse esigenze dei ragazzi a livello territoriale.<br />
La sfida nei prossimi mesi non dovrà essere quella di dibattere se abrogare la legge Moratti o non abrogarla, ma quella di capire cosa togliere e cosa modificare, dobbiamo metterci d&#8217;accordo sui passaggi importanti da fare subito. Discutere ideologicamente sul sì o sul no, farà trascorrere inutilmente un’altra Legislatura, così come è passata questa, senza applicare nessuna riforma della scuola.<br />
Rimane aperto il tema della libertà di scelta e della parità: la legge 62 deve avere le sue gambe con azioni di livello nazionale, senza scaricare tutta la problematica sulle regioni. Questo è un altro problema che necessita di un suo approfondimento e confronto, cerchiamo di non mischiare le due cose e non coinvolgere il nuovo assetto di istruzione e formazione professionale regionale con i problemi legati alla parità scolastica. Teniamoli separati anche se sono entrambi importanti. Grazie.</p>
<p><em>Intervento di Massimiliano Costa al Convegno CEI: &#8220;La formazione professionale iniziale e il diritto-dovere all&#8217;istruzione e alla formazione&#8221;.</em></p>
<p><em>Roma, 16 dicembre 2005 </em>
</p>
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		<title>“Un riformismo solidale per l’Ulivo&#8221; –Area Popolare Democratica 2003</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jan 2007 16:09:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Approfondimenti</category>
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		<description><![CDATA[  Studiosi, membri della società civile, parlamentari e amministratori della Margherita e dei Democratici di Sinistra intervengono per dire la loro sulla coalizione: dal tema della leadership, a quello della struttura organizzativa, dalla definizione di un programma unitario e forte all’allargamento della coalizione stessa.

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			<content:encoded><![CDATA[<p> Studiosi, membri della società civile, parlamentari e amministratori della Margherita e dei Democratici di Sinistra intervengono per dire la loro sulla coalizione: dal tema della leadership, a quello della struttura organizzativa, dalla definizione di un programma unitario e forte all’allargamento della coalizione stessa.
</p>
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